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Affissione degli articoli che appartengono alla categoria: Violenze di genere

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Le donne di Lucha Y Siesta
Grazie al Paese delle donne online vi pubblico questa notizia:



L’8 marzo un gruppo di donne autorganizzate ha occupato uno stabile abbandonato da anni nella zona del Quadraro a Roma. Da questa occupazione è nata La Casa delle Donne Lucha Y Siesta dove oggi vivono 23 donne e 15 bambini. Molte di loro erano rimaste con i propri figli senza un tetto sulla testa dopo aver lasciato mariti e compagni violenti, altre non guadagnavano abbastanza per permettersi un affitto, o non riuscivano ad arrivare a fine mese con una pensione minima.

Insieme hanno creato uno spazio abitativo e sociale di donne per le donne con uno sportello per la tutela legale, per l’orientamento e la formazione. Dall’ 11 al 15 giugno hanno aperto la porta di casa al quartiere organizzando una mostra fotografica dal nome “Il pane e le rose. Le lotte delle donne per il lavoro dagli anni ’50 agli anni ’80”.


Guardate qui:




Per vedere le altre cliccate sul link originale dell'articolo.

28 Giu 2008
Se ti fai stuprare ti faccio abortire

Racconto una storia scioccante accaduta in un paese che si sente civile e che crede che siano i rumeni chi fa guarre alle donne.
La cosa più incredibile che qui siamo davanti a donne costrette ad essere stuprate per avere un diritto. Incredibile!

Accade a Napoli, come l'ennesima volta per quanto riguarda gli aborti, qualche mese fa, una donna doveva abortire, come sapete già. Questa volta  è stato scoperto l'ennesimo gruppetto di medici che praticavano aborti illegalmente per cifre che andavano dai 500 agli 8000 euro. Uno di loro è stato arrestato persino perchè avrebbe stuprato una donna straniera incinta offrendole poi uno sconto sull'intervento.

Qui siamo alla deriva. Non solo non possiamo nemmeno autodeterminarci per quanto riguarda gli aborti ma siamo perfino stuprate, solo perchè l'Italia ha deciso che ormai siamo diventate cose e che questo nostro diritto non si può applicare.

E siamo diventate doppiamente cose, oggetti, schiave di medici che sembra vogliano garantirci un diritto che ci hanno tolto ma poi seguono la linea del nostro stato, siamo schiave, oggetti e i nostri corpi non ci appartengono più.
La parità di sessi in italia, sempre che ci sia stata,si è dileguata, e ci troviamo stuprate dal primo che passa, non rumeno, perchè Berlusconi ha dato il prmesso che gli italiani lo possono fare, ha fatto leggi pro stupro, e ci hanno tolto anche il diritto di scegliere se vogliamo essere madri o no. Della serie solo se ci stuprano ci possono far abortire quindi incentivano questo. La società ci tratta come cose e anche i medici hanno capito questo..così seguono la stessa linea o fanno l'obiezione di coscenza o ci stuprano per avere un diritto. in tutti e due i casi posseggono il nostro corpo. Quindi diventa più importante il loro diritto che è quello di imporre una volontà pressante sulle donne con la forza fisica e attraverso imposizioni di legge. Ma come è possibile che una donna nel 2008 venga trattata come un oggetto in questo modo così spudorato?
Questa è la linea del patriarcato che si fa sempre più viva e non è un caso il fatto che è tato commesso su una donna straniera, perchè è più vulnerabile. in una società dove il corpo non è tuo quindi se stai pretendendo un diritto cioè quello di autodeterminarti, in quanto donna che ti sei permessa di decidere, te lo limito stuprandoti. In Italia ha fatto più scandalo il fatto che si è fatto aborto clandestino che lo stupro della donna. E dopo uno stupro ha anche dovuto pagare una somma di denaro!

Da Manifesto del 25 giugno:

LEGGE 194

Napoli, ottomila euro per un aborto clandestino

Quattro indagati, tra cui anche due medici del San Paolo

di Francesca Pilla

NAPOLI: Era sola, B. G. K., e con poche vie d'uscita. Era incinta e aveva paura del fratello, musulmano praticante, che avrebbe potuto diventare violento alla scoperta di una gravidanza avuta fuori dal matrimonio. Così era arrivata alla 18esima settimana, terrorizzata da quel fardello, e ormai non sarebbe potuta più andare in ospedale nemmeno se avesse voluto.

Ma senza lavoro non avrebbe potuto nemmeno pagare la cifre esorbitante di 5000 euro per un aborto sottobanco in quello studio privato di corso Vittorio Emanuele. Il responsabile dell'ivg dell'ospedale San Paolo, Luigi Langella, aveva tessuto la sua tela. Si era dimostrato disponibile e aveva assicurato che avrebbe «operato», a patto che la ragazza tunisina si fosse concessa per un rapporto sessuale come anticipo, come segno di fiducia.

Ma avrebbero dovuto «consumare» prima dell'aborto, perché la vagina indolenzita dopo non avrebbe consentito di farlo. B.G.K. subisce la violenza in silenzio sulla sedia ginecologica. È l'estate del 2006. Lo scorso marzo la ragazza si trova nuovamente nei guai, questa volta però si presenta con il fidanzato e con parte dei soldi. Langella si accanisce, afferma che praticherà l'aborto, ma in anestesia locale. Lei accetta, poi durante l'operazione il dolore è tale da non riuscire ad andare fino in fondo.

Langella prende mille euro per il disturbo. In precedenza le aveva fornito il nominativo di una sua collega del San Filippo Neri di Roma, Mirella Parachini, una nota radicale, non indagata, ma alla quale spesso lo studio privato si rivolgeva per i contatti in Spagna, dove si può abortire dopo la 12esima settimana. B.G.K. alla fine tramite l'aiuto di un amico fa un lungo viaggio in treno e sbarca a Barcellona.

Una storia sconvolgente anche se in giudizio il medico dovesse essere prosciolto dall'accusa di violenza sessuale che ora pende sul suo capo. Angosciante perché sono molte le donne lasciate in solitudine a prendere una decisione difficile, che hanno bisogno di abortire perché fuori dai termini prescritti per legge, minorenni, straniere, spesso disperate o solo inserite in un contesto culturale che non gli permette di rivelare quella «vergogna» e di recarsi nei centri pubblici autorizzati.

Ed è questo l'identikit delle pazienti che si rivolgevano allo studio Langella e che erano pronte anche a pagare migliaia di euro per chiudere i conti con una gravidanza indesiderata. A B.G.K lo studio privato era arrivato addirittura a chiederne 8 mila pur di renderla ricattabile e «di passarla alle armi» perché «meritava», come dice lo stesso Langella in un'intercettazione telefonica.

Ieri su richiesta del pm Graziella Arlomede Langella è stato arrestato insieme ad Achille Della Ragione, che già nel 2000 aveva avuto problemi analoghi con la giustizia, alla segretaria factotum Maria Cristina Pollio e all'anestesista Vincenzo Grillo, con le accuse di associazione a delinquere tesa a praticare aborti clandestini. Della Ragione procacciava le clienti, Langella le faceva abortire, nella maggior parte dei casi senza nemmeno eseguire i controlli sulle loro condizioni fisiche generali.

Rischi che le malcapitate erano disposte a correre, magari anche solo per evitare la trafila necessaria negli ospedali o nei casi più problematici, come quelli di B.G.K. per impotenza. Le tariffe variavano dai 500 euro per operazioni in anestesia locale e nei limiti di legge, ma potevano arrivare a migliaia di euro, escluso il viaggio, per chi doveva recarsi a Barcellona. Abortire ambulatorialmente un feto di 5 mesi era, infatti, troppo rischioso perfino per chi era disposto a passare sopra la salute della donna pur di mettere in tasca un bel gruzzolo.

Un gioco perfetto che fruttava denaro a fiumi. Ma c'era anche chi non cedeva al ricatto. Come G.S. di Piedimonte Matese che arrivata alla 13esima settimana aveva contratto la rosolia e impaurita dal rischio di malformazioni aveva optato per un'interruzione. Lo scorso marzo ne parla con Della Ragione che al telefono tenta di convincerla: «Non capiterà alla seconda, perciò non ci pensi più di tanto». La donna però si presenta con il marito e vuole che tutto si svolga in ospedale secondo le regole. I medici vanno su tutte le furie e Langella dice al telefono all'amico: «L'ospedale sono io...mi metto a passare un guaio a prendere i soldi in ospedale, proprio uno stronzillo di questo ti fa una denuncia...».

La denuncia alla fine c'è stata ma è partita quasi per caso con un'intervista a Il mattino da parte del primario dell'ospedale di Pozzuoli Nicola Gasbarro: «Tutti tacciono ma io sono stanco di far finta di niente», aveva detto ai cronisti

26 Giu 2008
Lo stupro lo importano gli occidentali. La risoluzione dell'onu.

Da sempre sono bottino di guerra  gli stupri commessi da truppe amiche in territori alleati e gli stupri commessi da truppe nemiche in territori occupati. Il Gruppo di lavoro delle Organizzazioni non governative su donne, pace e conflitti, di cui fa parte anche Amnesty International, ha espresso soddisfazione per il fatto che il piu’ influente organo delle Nazioni Unite abbia riconosciuto cio’ che molte donne affermano da lungo tempo: fermare la violenza sessuale nelle zone di conflitto e’ un mezzo importante per mantenere la pace e la sicurezza a livello internazionale


Lo
stupro è un'arma di guerra contro il genere femminile dell'umanità, dalla pulizia etnica al semplice deterrente di rivolte.

L'Onu, con la risoluzione 1820, firmata da oltre 30 stati membri tra cui l'Italia, ha finalmente ammesso che lo stupro di massa è una tattica militare  ed è equiparata ad atti di terrorismo internazionale.
Il testo approvato dal Consiglio di sicurezza mette in rilievo la necessita’ di una piena ed eguale partecipazione delle donne nella prevenzione dei conflitti, nella loro risoluzione e nella costruzione della pace nella fase di post-conflitto.
Di pari importanza e’ il riferimento alla necessita’ che il Segretario generale e le agenzie delle Nazioni Unite assicurino la partecipazione delle donne e delle loro organizzazioni allo sviluppo di meccanismi idonei a proteggere le donne e le bambine dalla violenza sessuale.
Rammentiamo  infatti che lo stupro è una pratica diffusa tra le forze armate in missione di pace per la tutela dei diritti umani delle vittime civili di guerra (
i famosi stupri dei peacekeepers  in Congo, Bosnia, Sierra Leone, Rwanda e Kosovo).

 Scienza e Pace:

Lo stupro in guerra è un atto consueto con una scusante consueta " e, proprio in nome della "vittoria e del potere del fucile, la guerra fornisce agli uomini una tacita licenza di violentare " (Brownmiller, 1976:35-36).

'Brownmiller afferma infatti che "quando l 'uccidere è visto come un comportamento non solo ammissibile ma addirittura eroico, sanzionato dal proprio governo o dalla propria causa, la sottile distinzione fra la soppressione di una vita umana e altre forme di intollerabile violenza va perduta, e lo stupro diventa una deplorevole ma inevitabile conseguenza secondaria del necessario gioco chiamato guerra " (Brownmiller, 1976:36).


Ma oggi, quello che semmai può sorprendere qualcuno è che lo stupro sia una pratica abbastanza diffusa anche tra le forze armate in missione di pace per la tutela dei diritti umani delle vittime civili di guerra: i casi più recenti - Congo, Bosnia, Sierra Leone, Rwanda e Kosovo - hanno sollevato per la prima volta un 'ondata di indignazione a livello internazionale, dando la possibilità di cominciare a parlare anche delle violenze sessuali "ordinarie " compiute dai peacekeepers. Tutto questo - è importante sottolinearlo - non è certamente avvenuto perchè questi crimini rappresentano una novità, né per la loro efferatezza, ma perchè due movimenti sociali, il femminismo e l 'anti-militarismo, negli ultimi trent 'anni hanno profondamente messo in discussione da una parte l 'idea della donne come proprietà pubblica, dall 'altra il mito dell 'eroe di guerra a cui, in quanto tale, tutto è permesso.'
(...)
Risale allo scorso anno lo "scandalo Onu " che ha visto incriminare troppi soldati Onu in missione peacekeeping nella Repubblica Domocratica del Congo. Pesanti e molteplici le accuse rivolte ai Caschi Blu che si sono resi responsabili di numerose violenze carnali su donne e ragazze ancora minorenni. Lo scandalo ha riguardato centinaia di soldati provenienti da Uruguay, Pakistan, Nepal, Marocco, Tunisia, Sudafrica e Francia, i quali chiedevano favori sessuali in cambio di cibo, acqua o piccoli doni a bambine anche tredicenni già con figli piccoli da mantenere o ad orfani abbandonati. Molte di queste ragazzine che hanno partorito in seguito a ripetuti stupri subiti da parte degli stessi soldati Onu, si sono poi ritrovate sole e con un figlio nato da uno stupro, ad essere ripudiate definitivamente e allontanate violentemente dalla propria tribù di appartenenza e dalla loro famiglia, proprio perchè certe culture e tradizioni, lo sappiamo, non permettono più ad una donna "impura " di sposarsi e costruire una famiglia all 'interno del popolo di appartenenza.
Tutto questo ha costretto inevitabilmente molte donne, per lo più bambine, ad incominciare a prostituirsi - e farlo poi per tutta la vita - per riuscire a mantenere quei figli nati da una violenza, per di più commessa da soldati che in quel luogo e contesto avrebbero dovuto ripristinare la pace.

[...]
Non è comunque la prima volta che i caschi Blu si macchiano di crimini tanto orribili ma, purtroppo, spesse volte queste violenze rimangono impunite e sommerse nella vergogna e nel silenzio di molte donne: nel 2003 un rapporto di Human Rights Watch ha documentato e denunciato stupri e violenze di ogni genere in Sierra Leone nella guerra civile tra il 1991 e il 2002 perpetrati da guerriglieri dei diversi fronti, dall 'esercito e dai miliziani filogovernativi e ancora una volta dalle forze di peacekeeping internazionale. Il rapporto di Hrw cita alcuni epsodi di violenza (in tutto si calcolano centinaia di testimonianza raccolte) tra cui lo stupro nella località di Bo di una dodicenne e una violenza sessuale collettiva a Kenema. L 'Onu ha istituito una Corte speciale per la Sierra Leone (SCSL) e una Commissione per la verità e la riconciliazione (TRC) e a questo proposito Hrw chiede che le due istanze prendano in considerazione questo tipo di crimine e che la cooperazione internazionale si sforzi, in accordo col governo di promuovere progetti terapeutici di salute mentale per aiutare le vittime anche di questo terribile aspetto della guerra. Secondo il dossier, infatti, assassini e violentatori continuano a godere dell 'impunità e del silenzio di molte vittime che, ancora oggi, hanno difficoltà enormi a raccontare e denunciare gli abusi subiti temendo ritorsioni e vendette. Lo stupro commesso in guerra è stato riconosciuto come "crimine " per la prima volta nel 1998 quando il Tribunale penale internazionale dell 'Aia per la ex Yugoslavia ha condannato un miliziano croato. Da qui anche il titolo della conferenza tenutasi a Vienna nel 1999: "Rape is a war crime "(lo stupro è un crimine di guerra), che rivela come anche le cosiddette forze di pace delle Nazioni Unite si siano rese responsabili di azioni gravissime nei confronti di donne e ragazze della popolazione civile che, invece, avrebbero dovuto proteggere.

Non meno drammatico è il caso del Kosovo durante la guerra del 1999: oltre 2000 vittime di cui nessuno parla che, come nel caso delle donne congolesi, vengono spesso emarginate dalla stessa società in cui vivono a causa del disonore subito. Ancora una volta gli stupri servivano come arma per spezzare la comunità degli Albanesi kosovari, moralmente e psicologicamente. Nel Rapporto sul Kosovo "Lo stupro come arma della pulizia etnica " (Human Rights Watch, 2000) vengono descritti ampiamente molti casi di violenze anche su ragazze minorenni alle quali, a differenza di altre vittime di quella guerra, non è stata prestata un 'adeguata attenzione sugli orribili crimini commessi. Piuttosto, la maggior parte di esse è stata allontanata e dimenticata dalle proprie famiglie e dalla società. Mille di queste vittime, e in molti casi anche i loro figli, sono state dimenticate da gran parte del mondo.

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25 Giu 2008
Violenza sessuata e femminicidio
Dal Paese Delle Donne Online

È diffusa una percezione disincantata della politica, che fa dire a molte che le cose vanno male e che stiamo tornando indietro. A guardare la determinazione e la creatività delle donne che siamo e di quelle che l’UDI ha avvicinato con le sue iniziative, non pare che noi stiamo tornando indietro. Pare, invece, che a tornare indietro siano i poteri costituiti.

A ben guardare “lo stato moderno” è fortemente impegnato, più che altro, a non concedere: togliere comporterebbe l’appannamento delle qualità indispensabili a collocarsi nella comunità dei paesi occidentali, contrapposta a quella “arretrata”.
A ben guardare,
le donne tutte, anche quelle che non fanno politica, sono il più forte elemento di emancipazione sociale della società in generale e sempre più hanno fame di vera libertà e vera democrazia.



La politica delle donne - e le donne che fanno politica - si muovono, invece, troppo spesso sull’onda dell’emergenza.
Un agire difensivo che riduce lo spazio per la proposta che diventa sempre più esiguo e sempre più avvertito come “pericoloso”. Sembra quasi che il movimento delle donne prenda forza solo dalle risposte e che da esse misuri la sua forza.


La riapertura da parte dell’UDI di una vertenza pubblica sul terreno delle cause strutturali della violenza sessuata, nel 2005, è stata l’assunzione di una sfida e di una proposta naturalmente collocate fuori dalle alleanze tradizionali, anzi le abbiamo volute verificare con l’esperienza di tutti questi anni e consapevoli dell’eterno svantaggio dell’essere fuori dai luoghi dove si decide.

Abbiamo individuato nel femminicidio e nella violenza sessuata gli strumenti principali con cui gli uomini moderano i comportamenti femminili per garantire il mantenimento dell’ordine gerarchico patriarcale.
Scegliendo le parole, una ad una, abbiamo inaugurato una pratica politica dove il protagonismo dell’associazione è indiscutibile quanto inedito nella politica. A partire dalle esperienze fatte con le donne che si sono rivolte a noi in questi anni, ci siamo impegnate in una proposta di modifica della legge vigente, in proposte per protocolli di intesa con le istituzioni.

Se poi prendiamo in esame le risorse che gli ultimi tre governi hanno destinato al contrasto alla violenza, salta agli occhi che si mantengono pressoché equivalenti, cioè misere, anche calcolate rispetto all’ intero volume destinato a politiche di vario tipo.
E l’allarme sollevato dalle donne in qualche modo è stato - ed è - usato per veicolare provvedimenti impropri, magari annunciati con le parole stesse provenienti dall’indignazione femminile. Si tratta di atti che seguono la logica della fisiologia danno/riparazione. La logica del dopo, del guasto da riparare, supera il soggetto che l’ha subito in favore del bene della famiglia o per ristabilire le relazioni e le condizioni che lo hanno determinato.
Ciò va nella direzione dell’interesse generale che si stupisce solo ciclicamente del femminicidio.

Ciò fa disconoscere il numero reale delle prostituite e schiave straniere uccise, ciò delinea l’interesse a tollerare più donne invisibili “clandestine” tra i migranti. Mentre noi sappiamo, e lo sanno anche gli altri, che la prima causa di morte per le donne è la violenza sessuata.

Consolidare e normalizzare l’aiuto solidale delle donne, ha comportato la trasformazione dell’aiuto politico in un servizio che, per accedere alle risorse indispensabili alla continuità del lavoro, finisce per piegarsi alla regola della continua emergenza creata dalla minaccia della sottrazione dei fondi, nonché ad adattamenti che di fatto contrastano le finalità per le quali i centri nascono.
Non di rado le energie delle operatrici sono impegnate nel contrastare “le connivenze istituzionali” che si manifestano per i limiti della legge vigente, ma anche per la sua disapplicazione o per una normativa “concorrente” sulla famiglia tesa a rafforzare il controllo del capofamiglia. Una costruzione a cui vengono continuamente sottratti i mattoni.

Per tutto questo al fianco dei centri antiviolenza gestiti dalle donne è indispensabile una solidarietà che sia sciolta da legami di dipendenza economica. Una solidarietà in grado di esprimere la denuncia per produrre una azione politica di contrasto alle connivenze istituzionali che sostengono le gerarchie familiari, che sono alla base della moderazione violenta delle donne.

Bisogna allora ragionare su chi fa cosa e sull’esito delle scelte operate in questi lunghi anni. Sappiamo quanto le donne che gestiscono i servizi siano state e siano importanti ma sappiamo anche qual è il compito della politica, il nostro compito, che ci ha già portate lontane dalla “terziarizzazione del femminismo” .
Gestire servizi sussidiari non è, ora più che mai, il nostro compito.

Le donne che hanno scelto di stare nell’UDI, non hanno scelto né un collettivo, né un partito, né la cooperazione. L’UDI è un’associazione antica, ancora unica, che è cambiata con le donne, e alla quale le donne chiedono di fare politica.
Siamo consapevoli che dobbiamo fare quello che facciamo, e dobbiamo saperlo fare, per dare il nostro contributo alla nuova soggettività politica delle donne, stanca di guerre inutili e pronta a lanciare nuove sfide.

Le parole per dirlo…

Partiamo da questa citazione perché quello di cui abbiamo gran bisogno oggi siano proprio le parole per dirlo.
Per dire ‘violenza’, per dire ‘solidarietà’, per dire ‘sicurezza’, per dire ‘cultura’, per dire ‘politica’, per dire ‘famiglia’, per dire ‘relazioni’.
Per trovare parole che rimangano “accese” sul significato che noi abbiamo loro dato attraverso una ricerca ed un pensiero nostri.
Il pensiero che contraddice e che disturba un sapere “ufficiale”, che non si lascia contaminare, ma che dalla forza delle parole delle donne è insidiato e in qualche modo le imprigiona e le banalizza, conducendole alla normalizzazione e alla sterilizzazione politica. È la sfida continua dell’essere oltre i confini anche nel linguaggio.

L’emergenza della violenza fisica ai danni delle donne in un paese che ha normalizzato la violenza sulle donne, è conseguenza politica del lavoro di rafforzamento strutturale in questa direzione, a partire dal primato dell’uomo sulla donna.
Nella necessità di salvarsi si sono fatte includere nella politica dei rimedi che non “toccano le cause”, alimentando la suggestione che lo Stato lavori contro la violenza sessuata, senza in realtà aver spostato di una virgola la situazione.

La dimostrazione è senza dubbio data, tra l’altro, anche dal Ddl Pollastrini – Bindi disegno di Legge, il n°2169, presentato il 25 gennaio 2007 dalla Ministra delle Pari Opportunità ed altri dieci).
Già dal titoloMisure di sensibilizzazione e prevenzione, nonché repressione dei delitti contro la persona nell’ambito della famiglia, per l’orientamento sessuale, l’identità di genere ed ogni altra causa di discriminazionenel quale la parola donna e la parola violenza non compaiono (benché sia passato ai posteri come il Ddl sulla violenza ed abbia scatenato associazioni, centri antiviolenza ed altre sul lavoro di proposte di emendamenti, limature ecc…), è chiaro che le fondamenta teoriche del progetto non appartengono alle donne, che non si sarebbero mai espresse in questi termini.

“Il presente disegno di legge (…) intende affrontare il tema della violenza contro le persone che più vi sono esposte, quali i minori, gli anziani e le donne, in modo integrato affrontando anche i delicati temi della violenza in famiglia o della violenza facilitata da relazioni di tipo affettivo o familiare. (…) In questo quadro si iscrivono anche le disposizioni relative alla violenza cosiddetta di genere (…) anche in relazione all’orientamento sessuale”.
Il concetto teorico del separatismo e della differenza scompaiono così definitivamente a favore di una politica che, camuffata da ‘azione integrata’, ripristina l’approccio egualitario: le donne, anziani, immigrati, omosessuali tutti eguali son. Tutti egualmente deboli, tutti egualmente vittime.

Con buona pace del 50E50: la cultura che ha partorito il Ddl sulla violenza può, al massimo, comprendere le percentuali e la normativa antidiscriminatoria. Ogni altro discorso parrà rivoluzionario e quindi velleitario, perché teso a scardinare un assetto senza la condivisione degli uomini.

Ebbene, in questo contesto culturale si cala la parte del Ddl relativa ai centri antiviolenza.
Essi sono collocati fra i soggetti ‘istituzionalmente preposti all’assistenza alle vittime dei delitti di violenza sessuale o commessi nell’ambito familiare’ ; il Ddl prevede, inoltre, l’istituzione di un registro in cui sono iscritti i centri antiviolenza che agiscono in ambito sovraregionale, registro collocato presso il Dipartimento per i diritti e le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri con lo scopo di monitorare l’esistenza e l’operatività dei centri antiviolenza, di garantire livelli minimi di prestazione il più possibile omogenei su tutto il territorio nazionale e di orientare eventuali politiche di intervento.
E’ ben noto che la Ministra Pollastrini all’epoca convocò i vari centri antiviolenza e l’Udi, il che appariva senza dubbio inebriante; però, a che fine?

A ben guardare, l’iniziativa ricalca lo schema del Governo che convoca le parti sociali quando intende adottare un Protocollo sul welfare, con l’obiettivo di adottare norme condivise e prevenire il conflitto sociale.
Sennonché, i Centri e l’Udi non possono essere definiti ‘parti sociali’.
Non sono infatti “nominalmente titolari” di un interesse generale, e una volta individuati come disturbanti, possono nella larghezza interpretativa consueta ai poteri, essere sostituiti, intercambiati, finché possibile.
Il risultato di quella convocazione – ovvero il Ddl, che solo in parte e solo lessicalmente ad essa s’è ispirato - dimostrava la inefficacia della convocazione stessa.

L’Udi, per lunga esperienza, ha imparato la lezione dell’esizialità della dipendenza dai riconoscimenti ufficiali: l’essere contradditore delle istituzioni, quindi non intercambiabile a discrezione del potere, è l’identità a cui ambisce.
Tuttavia, quel che è emerso con grande chiarezza, ed è, credo, il punto focale, è che in quel Ddl, peraltro di sinistra, e comunque scivolato giù per le scale di cantina, vi era l’intento di rimarcare e valorizzare la necessità di una centralizzazione del governo dei Centri.

Laddove si prevede, infatti, un registro nazionale con la funzione di orientare eventuali politiche di intervento si intende proprio questo: un governo dall’alto delle politiche dei Centri.

E così veniamo al punto: cosa sono, oggi, i Centri antiviolenza? Possono essere definiti luoghi di iniziativa politica delle donne?

Dagli anni settanta ad oggi le cose sono molto cambiate e se all’epoca i Centri erano per definizione un luogo di iniziativa politica delle donne, nel senso che l’idea stessa di un Centro antiviolenza era già fare politica delle donne, oggi non è necessariamente più così.
Vi sono territori in cui ciò accade, nel senso che il Centro continua ad essere riconosciuto come propulsore di politica delle donne.

Ma, più spesso, i Centri hanno, negli anni, esteso il proprio ambito di azione andando a riempire sempre più grandi vuoti lasciati dalle istituzioni, fino a svolgere una funzione chiaramente sussidiaria.

Sussidiarietà che, lo sappiamo bene, è il futuro prossimo dell’intero assetto dei servizi del nostro paese per sopperire alle incapacità della pubbliche amministrazioni, il che però non significa affatto che quei servizi non siano pubblici, ovvero riconducibili alla pubbliche amministrazioni.

Ebbene, dobbiamo avere chiarezza e consapevolezza intorno al fatto che quando i Centri erogano servizi pubblici, ciò fanno in un regime in cui è garantita la parità delle opportunità di accesso a tutti i soggetti che abbiano i requisiti di legge. Il che significa, ovviamente, che il Centro, per accedere ai finanziamenti, dovrà vincere la concorrenza di altri soggetti – alcuni già nati ma tanti altri nasceranno -, mossi da tutt’altre motivazioni culturali e politiche, ma in grado di fornire gli stessi servizi a costi inferiori.

In tale contesto, forte è il rischio della estrema incertezza della sopravvivenza dei Centri (più che mai con l’attuale governo) e del progressivo allontanamento dalla politica delle donne.

In un mercato del lavoro sempre più stagnante, poi, i Centri sono diventati spesso luoghi ove le giovani donne vanno per cercare un lavoro benché non abbiano magari neanche mai sentito parlare della politica delle donne o non siano interessate.
E’, insomma, giunto il momento di aprire nell’Udi una discussione intorno a questo punto, a partire dal fatto che l’iniziativa e la pratica politica rimangono dell’Udi, che, in relazione agli obiettivi che liberamente si dà, può collaborare o porsi anche come contraddittore rispetto alle Istituzioni ed ai Centri, laddove svolgano una funzione erogatrice di servizi in funzione sussidiaria rispetto alle Istituzioni.
Di tutto questo si è discusso nell’incontro del 1 giugno che si è tenuto nella Sede nazionale dell’UDI e abbiamo deciso di costruire un momento nazionale a ridosso della prossima autoconvocazione. A tal fine abbiamo cercato di riportare gli spunti più importanti del dibattito.
Cari saluti,

Stefania Cantatore e Stefania Guglielmi

25 Giu 2008
Cannibalismi italiani
Da femminismo a sud
Questo articolo è troppo bello. Vi mostra un quadro generale della situazione italiana.

http://www.i-20.com/images/works/w446.jpg
All'inizio hanno detto che si trattava di suicidio. Poi hanno contato le coltellate e le ferite e si sono resi conto di aver diffuso una ipotesi imbarazzante. La gola squarciata e almeno 30 colpi a lei , probabilmente uccisa, finita dal fidanzato e poi la simulazione del suicidio con tanto di bigliettino d'addio per lui che ha provato a morire senza riuscirvi.


L'hanno descritta
come una "tragedia familiare", invitando alla prudenza, come se quando si parla di tragedie familiari non si possa parlare neanche più di violenze alle donne. Come se fosse inopportuno sollevare questa questione a fronte di provvedimenti governativi che trascurano le possibilità di intervento in famiglia o nelle relazioni affettive.

Una faccenda che avrebbe occupato la prima pagina dei quotidiani se non fosse per il fatto che, come spesso accaduto anche se solo pensiamo a quest'ultimo anno, il ragazzo che ha inferto le pugnalate non è un immigrato clandestino, non è uno straniero ma è "soltanto" uno romano de roma.

Una storia scomoda perchè ricorda alla ministra carfagna che il nostro peggior nemico sta dentro le mura di casa e non fuori e perchè ricorda al governo che le loro leggi razziali fatte con la scusa di volerci difendere da stupri occasionali hanno solo il fine di dar voce al pregiudizio.

Hanno approvato un decreto che riempirà le carceri di immigrati, che rinomina i centri di permanenza temporanea quali "centri di identificazioni e espulsione", che introduce il reato aggravante di immigrazione clandestina, popolerà le nostre città con l'esercito per proteggerci da quella che per i fascisti al governo deve apparire come una "invasione".


Hanno dichiarato
lo stato di guerra allo straniero, lo trattano da occupante imperialista invece che da povero "cristo" in cerca di lavoro. Hanno stabilito che si faranno processi per direttissima quando uno è nero, rosso, giallo, europeo dell'est e per far questo hanno bloccato tutti gli altri processi "italianissimi" per i reati commessi prima del 2002. In mezzo ci sta di tutto: stupri, delitti, le torture di bolzaneto e le aggressioni alla diaz del g8 di genova 2001, le infinite schifezze fatte dal premier per le quali invoca, assieme alla pausa processuale salva preti pedofili, addirittura la sospensione dei processi ai danni delle alte cariche dello stato e a chi non è d'accordo chiarisce che secondo lui i magistrati in italia sono sovversivi. Tutto come fosse un regime in cui vi sono livelli diversi di applicazione del diritto. Leggi razziali, appunto.


E a ben vedere
, con un governo che sospende i processi che vedono quali imputati un po' dei suoi membri e con una magistratura che accusa di sovversione dello stato qualche ragazzo perchè ha lanciato qualche uovo o ha sfasciato una vetrina, non si tratta solo di leggi che rendono fuorilegge gli stranieri. Si tratta di norme che aggravano la posizione di rom, froci, dissidenti, compagni comunisti, anarchici. Questa non è la ripetizione del ventennio. E' una nuova e rinnovata versione di totalitarismo che continua a trattare le persone come merce senza diritti e che risponde all'unica regola determinata dal mercato: il profitto.


Il decreto
poi attribuisce nuovi poteri ai sindaci e militarizza persino i vigili urbani che, da ora in poi, immagino, sostituiranno fischietto e paletta con manganello e pistola, che saranno utilizzati per compiti di sorveglianza delle città assieme alle ronde di civili, alle forze di polizia e all'esercito. Un sindaco con tanti poteri somiglia ad uno dei prefetti di mussolini, ad uno dei vescovi del papa re, ad uno dei vassalli medioevali, ad uno dei latifondisti del feudalesimo, ad uno dei signorotti delle signorie, ad uno dei capodecine della mafia. Gestione territoriale, riscossione dei dazi, possibilità di applicare schemi di repressione personalizzata a seconda delle proprie convinzioni. Non è l'italia che va avanti. E' la penisola che torna indietro di svariati secoli, prima ancora della riunificazione dello stato, prima ancora della lotta tra granducati e regni vari. Siamo alla divisione dei popoli tra guelfi e ghibellini, alla battaglia tra mori e cristiani, al "mamma li turchi" dell'impero ottomano. Siamo all'epoca dell'inquisizione cattolica, delle crociate.


Siamo
alla libera circolazione delle merci senza la libera circolazione dei corpi. Siamo alla tratta autorizzata e all'importazione della straniera quando deve fare la badante per reggere il peso di quegli anziani di cui lo stato non si è mai curato e di cui le famiglie nons i possono curare più. Siamo all'importazione di carne da macello da far precipitare da una impalcatura, in uno dei tanti cantieri di lavoro che non usano protezioni per i dipendenti, in special modo per quelli stranieri.


Avete
mai visto il lager di Lampedusa? Avete mai visto i corpi di cadaveri stranieri galleggiare lungo la costa ragusana? Avete una vaga idea di quello che succede nel nostro mar mediterraneo? E di quello che fanno i libici per "aiutare" lo stato italiano togliendogli dalle ovaie qualche negro di troppo? E dei campi libici? Di quei buchi neri di cui non sappiamo niente? Avete presente una guerra? E' quella che si celebra nella acqua alte, tra pezzi di merda che speronano gommoni sovraffollati e queste persone di tante nazionalità senza armi. Giusto la speranza di toccare terra a rischio della vita per costruirsi un futuro diverso. Avete presente quello che fanno ai richiedenti asilo? A quelli che sfuggono alle guerre, alle stragi, a tragedie infinite che sono figlie di un occidente arricchito che poi non vuole guardare quanti morti provoca e non vuole neppure soccorrere i feriti?

Probabilmente no. Non vi piace guardare da vicino e vedere le conseguenze del vostro benessere. Capirete bene allora perchè mi vergogno di essere italiana.


--->>>La foto sopra è uno dei nudi collettivi realizzato in Nevada da Spencer Tunick
 

25 Giu 2008

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