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Affissione degli articoli inviati il: 07.03.08


no alla violenza sulle donne
Eliminiamo alcuni stereotipi

Per fare un regalo alle donne per l'otto marzo impegniamoci a contrastare alcuni streotipi che tutt'oggi circondano la figura femminile.
Esistono stereotipi che purtroppo combaciano perfettamente con la cultura dello stupro e alla violenza.

 

1) Il no della donna vuol dire si o forse: questo è il ragionamento di chi non si fa scrupoli e abusa di una donna non badando e prestando attenzione al non consenso che ha chiaramente espresso. Se è no ribadisco che la risposta rimane tale, anche se una cultura bigotta vuole la donna mai accondiscente nel sesso e purtroppo può essere fraintesa la risposta negativa, in molti casi.
2) Le vittime stuprate hanno la minigonna
, anche questo stereotipo rappresenta maggiormente ed evidenzia che ci si preoccupa del fatto che è la donna ad aver provocato il suo carnefice, mentre non ci si pone il problema che sono gli uomini che devono badare a certi istinti. Inoltre lo vedo come una sorta di "giustificazione" allo stupratore. Inoltre mette la donna al piano di un oggetto che da il diritto al carnefice di abusarla.
3) La donna è un oggetto sessuale: ahimè anche questo stereotipo aderisce pienamente nella logica, poichè con la rappresentazione della donna come tale e i pressanti apprezzamenti x strada rientrano nella logica dell ostupro, non a caso molti casi di stupri sono iniziati da un "fischio".
4) gli stupri avvengono fuori di casa e i carnefici sono per lo più stranieri, abitanti in paesi maschilisti: non è vero, è stimato che molte donne che hanno denunciato e subito abusi li abbiano subiti in casa, nel silenzio e nella solitudine, molti carnefici sono italiani.
5) Stuprano le poco di buono, a me non puo mai capitare:
anche questo è da sfatare pienamente, tutte se femmine sono vittime, poichè lo stupro è figlio del patriarcato.

Per quanto rigurda altri stereotipi femminili nell'ambito della società:

1) le bionde sono stupide e non vengono nepppure risparmiate le belle:
l'intelligenza non si misura dal colore dei capelli, peccato che le donne in tv abbiano fatto si di incoraggiare qusto luogo comune.
2)
le donne non sanno guidare: è stimato che sono gli uomini che causano più incidenti.
3) le donne sono complicate:
sarà perchè non ve ne frega di ascoltare le nostre esigenze vi inventate tutto questo.
4) donne e motori gioie e dolori: la donna non è un oggetto.
5)
le donne sono meno intelligenti degli uomini perchè non hanno mai fatto storia e non inventano: A quanto pare molti ignorano che la donna per secoli è sempre stata relegata nel ruolo di donna di casa e gli è stato negato ogni diritto dalle professioni allo studio e le poche donne (ci sono state) che hanno segnato la nostra storia e sono emerse con fatica non sono prese in considerazione da nessun libro di testo. Io credo bisogna riformare tutti i libri per abbandonare questi luoghi comuni e non far sentire le bambine/ragazze che vanno a scuola inferiori ai maschi. Aggiungo che siamo più studiose.
6) la donna libertina è puttana:
la donna ha le stesse esigenze sessuali e libertà dell'uomo.Le prostitute vanno a pagamento, definire una donna come un prostituta è dire indirettamente che le donne sono degli oggetti, coloro che vendono il proprio corpo senza considerarela presa di iniziativa. La donna non è mai passiva. Dettami di morale cattolica maschilista che include queste donne nel rango di donne senza moralità, fossero questi i veri sgarri alla morale! nemmeno fosse un reato.
7) il femminismo ha portato le donne ad essere aggressive e mascoline:
veramente è il frutto di un patriarcato che imposta la società in base al modello maschile ad aver creato donne "poco donne" aderendo al patriarcato.
8) le donne al lavoro sono inaffidabili:
ma chi lo ha detto?
9) le donne capo sono cattive, acide e isteriche:
anche questo è da smentire completamente.
10) le donne amano gli uomini stronzi e sono masochiste:
per giustificare la vostra violenza sulle donne?
11) le donne che subiscono violenza non denunciano perchè sono masochiste:
non è più semplice dire che non siamo ancora ascoltate dalla giustizia e abbiamo paura?
12) Le femministe sono acide e frustrate, il femminismo è il contrario del maschilismo:
Dicesi femminismo quel movimento costituito solo da donne, che mira alla parità di sessi senza prevalere su nessuno a differenza del maschilismo, che usa la violenza.
13) donna, schiava cucina e chiava: no comment che squallore! la donna non è schiava ora è anche l'uomo che si deve occupare della casa, nesuno è schiavo un po' di rispetto per le mansioni.
14)
una donna fa carriera solo perchè l'ha data: è un po come smentire l'intelligenza della donna.
07 Mar 2008
Recensione del film "vogliamo anche le rose"

 

Una storia di donne

Tre donne che non si conoscono e che non si sono mai incontrate. Hanno vissuto nell'Italia degli anni Sessanta e Settanta, in periodi diversi e in città lontane. Ma le loro storie vere, riportate in diari privati, hanno un'uguale tensione e si muovono, inconsapevolmente, verso un'unica direzione, come testimonianza di lotte familiari e politiche, personali e collettive, per affermare autonomia, identità e diritti in un Paese patriarcale: Anita è un'adolescente timida e riflessiva che vorrebbe scoprire l'amore e il sesso, ma è inibita dall'educazione borghese e moralista che le hanno impartito; Teresa farà esperienza di un aborto clandestino, consumato in una stanza anonima, su un letto gelido, fra le mani di un ginecologo sconosciuto; Valentina vive i suoi trent'anni intensamente, mettendo sempre in relazione la sfera personale con la sfera politica, cercando di trovare un equilibrio possibile tra la militanza femminista e una piena e condivisa storia d'amore con un uomo.

All'individuale al collettivo

Vogliamo anche le rose è il terzo documentario di
Alina Marazzi dedicato a storie e identità femminili. Con Un'ora sola ti vorrei (2002) l'autrice ricostruisce la figura di una donna, sua madre, che perse quando era bambina. Per sempre, dello stesso anno, indaga le ragioni che spingono alcune donne a fare una scelta di vita definitiva all'interno di comunità monastiche. In quest'ultimo film lo sguardo della Marazzi si veste di un senso di compartecipazione alle vicende collettive delle donne e alle loro battaglie. Il film immagina gli eventi narrati nei diari ricorrendo a materiali di repertorio dell'epoca, accostandoli, forzandoli ed esaltandoli in una libera interpretazione che vuole superare la ricostruzione storica per cogliere il più possibile tutta la verità emotiva ed esistenziale di cui la storia è fatta. Fotografie, fotoromanzi, filmini di famiglia, inchieste e dibattiti televisivi, film indipendenti e sperimentali, riprese militari e private, pubblicità, musiche e animazioni d'epoca e originali, oltre ai tre diari privati, sono la stratificazione visiva e sonora su cui riscrivere una storia del passato recente alla luce di un futuro incerto. Il racconto è costruito su una continua dialettica tra la sfera pubblica e quella privata. Il momento pubblico tende a rappresentare l'evoluzione dei modelli culturali, sociali e politici dominanti, trasformati dalle lotte femministe e civili in materia di aborto, divorzio, contraccezione e violenza sessuale. A definirlo sono i repertori d'archivio pubblici e privati. Il momento privato è garantito da racconti in prima persona, desunti dai diari inediti di tre donne provenienti da ambienti e culture diverse: le loro storie, intime e personali, sono rappresentative delle esperienze, delle sofferenze, delle lotte e dei cambiamenti che i singoli hanno tentato, supportati dall'umore sociale del tempo, e si modellano come esemplari del cambiamento in atto. Il 'pubblico” e il 'privato”, quindi, dialogano senza soluzione di continuità, fungendo il primo da cornice storico-sociale, il secondo da ingrandimento di un particolare accolto nell'universale.

Vogliamo il pane, ma anche le rose

Coprodotto da Fox Channels Italy (il film sarà infatti in onda su Sky già dal prossimo autunno), Vogliamo anche le rose è, in conclusione, una storia davvero emozionante, che racconta in modo innovativo il fondamentale ruolo ricoperto dalle donne nel cambiamento della società e della cultura italiane. Di quanto esigeva il celebre slogan "vogliamo il pane, ma anche le rose" - con cui nel 1912 le operaie tessili marcarono con originalità la loro partecipazione a uno sciopero nel Massachusetts - forse il necessario, il pane, è oggi dato per acquisito.; ma le donne si sono battute per un mondo che desse spazio anche alla poesia delle rose. Ed è una battaglia più che mai attuale.

07 Mar 2008
Arriva il preservativo rosa!

In occasione della festa della donna, la Lega italiana per la lotta contro l'Aids distribuisce gratuitamente il preservativo per le donne in molte piazze italiane. Un sistema di prevenzione di cui in Italia non si sente mai parlare. Le ragioni? Unicamente culturali. Una cultura dura a morire che non gliene importa se la gente muore di aids ma gli interessano quattro sciocchezze sparate solo per una sessuofobia da curare.

  Pensare che solo fino a qualche mese fa si pronunciò in tv la parola preservativo per promuovere una  campagna contro l'aids!!! e non sto parlando di un porno ma un emergenza.

Il preservativo femminile, sul mercato dal 1992, è approvato dalla Food and Drug Admistration e da tutti gli enti regolatori in una trentina di paesi, Italia compresa. Eppure, mentre in molte altre nazioni viene normalmente utilizzato come alternativa al preservativo maschile - sia come anticoncezionale sia come protezione contro le malattie a trasmissione sessuale - in Italia quasi non se ne sente parlare. Neanche nei consultori ginecologici, o nella maggior parte delle farmacie. Più facile, piuttosto, trovarlo nei sexyshop. E il motivo è esclusivamente culturale, come spiega Alessandra Cerioli, responsabile dell'area salute della Lila e membro della Commissione nazionale Aids istituita dal Ministero della Salute: “In Italia se si parla di anticoncezionale per donne si pensa subito alla pillola. C'è in generale poca informazione sulle malattie sessualmente trasmesse e, quindi, anche sulle strategie per prevenirle. Ma dare l'informazione significa dare il potere di decidere. Negli altri paesi il condom femminile è considerato un'opzione in più. Sono molto utilizzati, soprattutto in Africa e in generale dove le donne non sono emancipate. Noi, per esempio, abbiamo cominciato col distribuirlo molti anni anni fa a donne che si prostituivano”.

Un “anti-virus” speciale, nessun effetto collaterale, sarà distribuito gratuitamente l'8 marzo in molte piazze italiane dalla Lila, la Lega italiana per la lotta contro l'Aids. Si tratta del female condom (Femidom), il preservativo per donne. L'iniziativa, che si ripete ormai da alcuni anni, ha un obiettivo concreto: quello di dare la possibilità alla popolazione femminile di essere completamente autonoma nei confronti della propria sessualità e nella prevenzione dalle malattie sessualmente trasmissibili.

In Brasile vengono dati gratuitamente, in Europa, la Francia, molto sensibile alla problematica delle malattie sessualmente trasmesse, è prima per il suo utilizzo. Le vendite più alte, insieme agli incentivi statali, hanno portato a un abbassamento dei prezzi, che in Italia sono ancora abbastanza alti (una scatola da tre preservativi costa 7,90 euro). “È sicuramente più impegnativo da utilizzare rispetto al profilattico maschile”, continua Cerioli, “e certamente può essere perfezionato, argomento di cui si è discusso all'ultimo incontro dell'International Aids Society di Sidney. Il costo è un altro problema. Il principale ostacolo alla sua diffusione in Italia, però, non è di natura economica né legata alla difficoltà dell'utilizzo, ma è di origine culturale. Che è anche il motivo per cui non si trova facilmente nelle farmacie o per cui, quando venduti, non vengono esposti. Molte farmacie comunali, soprattutto quelle gestite da uomini, si rifiutano non solo di venderlo, ma persino di tenere sul bancone volantini esplicativi o promozionali a titolo gratuito".

C'è solo un produttore al momento: una associazione senza fini di lucro che lo ha inventato e brevettato pensando alle donne africane. E per l'Italia esiste un solo distributore che, nella campagna dell'8 marzo e in molte altre iniziative, sostiene la Lila. Nel nostro paese, nel 2007 sono state vendute appena 15mila confezioni. “Ad acquistarlo”, racconta Francesca Giglioli a capo della ditta distributrice, “sono soprattutto donne dai trenta anni in su, quelle che hanno acquistato più consapevolezza sul tema della sessualità e delle infezioni”. Nel 2005 l'Istituto Superiore di Sanità (Iss) aveva svolto una piccola indagine (la prima) su circa 160 persone per sondare la percezione verso questo preservativo. Le conclusioni: nel nostro paese questo presidio era (e sembra essere rimasto) praticamente sconosciuto.

I soldi per distribuirlo gratuitamente nelle piazze italiane provengono dalla raccolta fondi tramite sms, grazie a una campagna che viene lanciata il primo dicembre di ogni anno. Incentivi – pochi – arrivano soprattutto da Regioni e Province, che stanziano, all'anno, dai mille ai diecimila euro. In questo modo il distributore riesce ad abbattere in alcuni casi il prezzo,o a distribuire il Femidom gratuitamente in alcune scuole e Asl: “Per noi si tratta della pubblicità più efficace”, spiega Giglioli, “Comprare spazio su radio o televisione è proibitivo se non si è una multinazionale, perché ci sono fasce orarie ristrette e molto care. Trattandosi di un presidio medico inoltre, siamo soggetti all'approvazione di una commissione ministeriale e a una una trafila burocratica che dura mesi. Per esempio non è possibile far apparire o pronunciare la parola profilattico. Ma se concedono di fare la pubblicità della scatola e non permettono di spiegare di cosa si tratta, dubito che il messaggio riesca a passare. In Italia la pubblicità è molto censurata su questo argomento. Molto più che in altri paesi”.

L'ex ministro Livia Turco aveva dato il via a un progetto sulla prevenzione dalle malattie sessualmente trasmesse. “La prima campagna da poco conclusa”, spiega Cerioli, “è stata incentrata sulla promozione del profilattico maschile. La seconda, sulla carta, prevede la promozione del Femidom. Ora dobbiamo aspettare di capire cosa ne farà il prossimo governo”.

Sul sito della Lila è possibile trovare l'elenco delle farmacie dove acquistare il Femidom e le piazze in cui sarà distribuito l'8 marzo.

e allora donne, siate libere di esprimere la vostra sessualità!

07 Mar 2008
Niente mimose, meglio le rose

Alessia Grossi

«Questo film nasce da una mia personale esigenza di ricerca. È del tutto casuale che esca in momento in cui si è concentrata una nuova attenzione intorno alle tematiche di cui il film parla». È Alina Marazzi, regista di Vogliamo anche le rose, a parlare dello straordinario tempismo dell'uscita del suo documentario. «Del tutto casuale, anche perché - spiega - non ho ancora doti di preveggenza». A Roma per la presentazione del documentario che uscirà nelle sale in 20 copie il 7 marzo, la regista spiega quale esigenza l'abbia spinta a mettere di nuovo le mani negli archivi e nei diari e a parlare ancora di donne dopo Un'ora sola ti vorrei e Per sempre e quanto la scelta dei temi dell'aborto, del divorzio, della contraccezione, della violenza, si sia rivelata appropriata.

«Ho iniziato a lavorare a Vogliamo anche le rose due anni e mezzo fa, in tempi non sospetti. Il film, che inizialmente voleva essere un documentario televisivo di circa un'ora è diventato un vero e proprio film e nell'agosto scorso l'abbiamo presentato al Festival di Locarno. Quindi niente ha a che vedere con il contesto attuale. La scelta di farlo uscire ora è stata dettata dalla ricorrenza dell'8 marzo. Però è vero che mentre lavoravamo al film ci fu la prima manifestazione delle donne del 14 gennaio 2006 le cui riprese avevamo pensato di inserire nel film. Quindi è vero che qualcosa già durante la lavorazione del film si stava muovendo».

Perché poi invece ha deciso di non inserire anche l'attualità in Vogliamo anche le rose?

«Ci siamo poste il problema di arrivare ad oggi con il racconto che invece va dalla fine degli anni '60 alla fine degli anni '70. Ma poi non abbiamo più inserito le immagini delle manifestazioni recenti perché ci siamo rese conto che le cose dette e fatte allora, anche se il film visivamente appare datato, sembrano dette e fatte oggi. In compenso il film si chiude sul montaggio delle immagini della Casa della donne del Governo Vecchio allora piena e oggi vuota. Ma c'è comunque nel documentario una cronologia delle date storiche che arriva fino ai giorni nostri».

Quel vuoto descritto attraverso le immagini della Casa delle donne è un vuoto simbolico?

«Il film un po' lo spiega questo apparente vuoto passando dalla prima fase del femminismo degli anni '60 e '70, una fase più di massa, di piazza, alla seconda fase, quella dopo il '79. Da lì il femminismo si è come incanalato, da una parte forse ripiegandosi su se stesso, dall'altra andando verso ambiti di riflessione, non più di piazza».

Lo scopo del film è quello di riportare alla memoria quella prima fase in un momento di vuoto?

«La mia esigenza è stata quella di ricordare cosa sono stati quegli anni. Anche perché dopo c'è stata una sorta di acquisizione diffusa dei valori che sono derivati da quelle lotte senza che si conoscesse la storia delle loro trasformazioni. Io ho 43 anni, sono più piccola di quelle femministe, ma con Vogliamo anche le rose vorrei fare da ponte tra quella generazione e le 20 - 30enni di oggi. Sono curiosa si vedere come recepiranno loro questo film, come inseriranno queste battaglie nel dibattito attuale. Ho cercato di creare un rispecchiamento, non di fare una mediazione del ricordo. Infatti nel film faccio parlare le voci delle donne, non dico la storia è andata così o poteva andare in un altro modo».

A proposito di voci, le donne del film sono state le prime a "riprendersi la parola" che parola è la loro?

«Dai filmati emerge una lucidità del proprio essere come soggetti sociali. Quelli delle donne intervistate allora sono ragionamenti lucidi, che portano il segno di una consapevolezza anche sociale della condizione femminile. Oggi è difficile sentire un ragionamento così consapevole da parte delle donne, soprattutto in televisione. Questo dipende un po' da chi dovrebbe porre le domande, ma anche dalla incapacità di identificarsi in questa società da parte delle giovani donne. Ecco, credo non si sia ancora definito un modello con cui identificarsi. E credo ci sia stato un passaggio al privato che allora non c'era. Non credo che i giovani siano tutti superficiali, penso che sia l'immaginario collettivo a portare le donne ad identificarsi con un modello di individualità narcisista. Apparire per diventare star più che apparire per prendere la parola».

Che tipo di reazioni si aspetta da parte dei giovani?

«Le prime reazioni sono state positive. Alcuni licei di Milano durante l'autogestione mi hanno invitata e hanno voluto vedere il film. Credo che quelli trattati nel film siano temi che a loro interessano molto e che fanno porre loro delle domande. Sull'aborto poi...il tema li tocca dal vivo e hanno bisogno di discutere di questo in un momento in cui viene riproposta loro una dicotomia tra buoni e cattivi. E poi il film non è solo un documentario storico ci sono inserti di film, filmati privati, pubblicità, foto, animazione».

Questo sembra un momento propizio per il documentario sociale in Italia, che ne pensa?

Beh, questo mi dà una bellissima sensazione. Personalmente sono un po' stufa delle fiction. Il fatto che un film documentario esca al cinema in Italia significa che un pubblico per questo tipo di cinema c'è. Vogliamo anche le rose poi esce in un contesto d'attualità tale che l'interesse verso il film non dovrebbe mancare.

Il film esce il 7 marzo. Il pubblico sarà solo femminile?

«Spero vadano a vederlo anche gli uomini. Ci sarà qualche "uomo nuovo" no? Spero sinceramente che vadano a vederlo più che altro in coppia perché il film chiama in causa l'altro. Parla delle relazioni interpersonali e per questo spero sollevi anche discussioni. Dico che si dovrebbe vedere in coppia o tra genitori e figli. Questo è un film per un pubblico trasversale anche per età».

Il titolo del film richiama un vecchio slogan, il linguaggio del femminismo è ancora lo stesso?

«Qualcosa anche nelle manifestazioni di piazza ancora è ripreso dal linguaggio delle prime battaglie femministe. Il titolo del film vuole essere un'attualizzazione dello storico slogan "Vogliamo il pane e vogliamo anche le rose". Le rose oggi però possono avere un'accezione diversa, possono significare altre cose. La traslazione di senso potrebbe stare nel passaggio dalla femminilità al femminismo. Lo slogan potrebbe essere "Basta mimose -che fanno dell'8 marzo una festa come quella di S.Valentino. Potete regalarci anche le rose", che sono il simbolo del romanticismo ma hanno anche un significato preciso per le donne».

Questo è il terzo film di una trilogia sulle donne. Progetti futuri?

«Per ora non sto lavorando che alla presentazione di Vogliamo anche le rose. Credo di continuare con la sperimentazione sul linguaggio del documentario. Ma penso che anche il prossimo film parlerà di donne. Altro che trilogia diventerà un decalogo».

07 Mar 2008