Per la prima volta l’Italia non avrà un ministro per la Salute. Qualcuno sorriderà e penserà che non se ne sentirà la mancanza, visto che in questi ultimi anni, a parte qualche intervento in manteria di fumo, la presenza di un ministro per la Salute nei governi non ha lasciato segni particolarmente evidenti.
E quindi sarà l’unico Paese occidentale ad avere soltanto un viceministro a rappresentare la Salute. Che cosa significherà esattamente lo sapremo a fine legislatura, ora si possono fare solo congetture. Potrebbe non cambiare nulla, ad esempio, e in un certo senso potrebbe davvero andare così. Gli ultimi mesi di governo ci avevano mostrato in pieno l’impotenza del ministro per la Salute dinanzi al volere delle Regioni.
Era accaduto quando Livia Turco si era decisa a emanare delle linee direttive a tutte le Regioni sulla pillola del giorno dopo e le politiche da adottare in materia di contraccezione e interruzioni di gravidanza. La Lombardia si è rifiutata di accettare le direttive del ministero e aveva il diritto di farlo. Era il ministro a non avere il diritto di andare oltre la sfera di competenza delle Regioni. Si chiama federalismo. In materia di sanità è ad un livello già piuttosto accentuato. L’assenza di un ministero e il declassamento potrebbero accelerare il processo e assegnare sempre maggiori poteri alle regioni.
‘Nelle condizioni date il Ministro non serviva più’. - commenta Roberto Santi, responsabile regionale ligure della FIALS Medici (Federazione Italiana Autonoma Lavoratori in Sanità) e autore del libro Camici Sporchi. Non serviva perché ‘ormai siamo abituati alla sua inutilità e sarà facile completare il federalismo, che è già spinto. Che ne penso? Non bene. Non vorrei che fosse il primo passo per abbattere un sistema che fa acqua, ma garantisce un’assistenza generalizzata e l’avvio di una pesante privatizzazione che garantisce una sanità a due velocità: una per chi ha i soldi, l’altra per i poveracci. E’ una strada già avviata con la complicità del Centro Sinistra che deve anche a questo la sua sconfitta’.
C’è il pericolo di ‘accentuare le forti diseguaglianze tra regioni e regioni e di limitare ad alcuni cittadini l’accesso a prestazioni sanitarie e cure uguali per tutti’, nota Francesco Schittulli, presidente della Lega italiana per la lotta contro i tumori. Della stessa opinione Carlo Lusenti, segretario nazionale dell’Anaao Assomed, Carlo Lusenti. E poi Massimo Cozza, segretario nazionale del Fp Cgil medici.
Anche la scelta della persona chiamata a guidare il vice-ministero consentirà di capire qualcosa di più sul ruolo della Sanità in Italia nei prossimi anni. Comunque sia, d’ora in poi ospedali, politiche sanitarie e protocolli terapeutici faranno capo al ministero del Welfare, insieme con le pensioni e le politiche sul lavoro. Il filo conduttore? Esiste, certo, anche se non giustifica l’accorpamento. Basta operare un confronto tra i tassi di fecondità in Italia e in Francia, come fa l’istituto di reicerche demografiche ‘Neodemos’ che parla di un”Italia nella spirale del degiovanimento’.
‘Negli ultimi venticinque anni il tasso francese si è mantenuto su valori poco inferiori ai due figli per donna, soglia che rappresenta il livello di equilibrio nel rapporto generazionale. Nello stesso periodo l’Italia è diventata uno dei paesi con più cronica denatalità al mondo. La conseguenza è che ora rispetto alla Francia contiamo oltre quattro milioni e mezzo di giovani under 25 in meno. Siamo inoltre in Europa lo stato con peso più basso di tale fascia d’età sul totale della popolazione: gli unici scesi sotto quota 25%.
La teoria economica dice che se un bene diventa più raro tende a diventare di conseguenza anche più prezioso, aumenta di valore e viene più ricercato. Stranamente, però, ciò non accade in Italia per il bene “giovani”. I giovani italiani, rispetto ai coetanei europei, contano meno non solo dal punto di vista demografico, ma anche da quello sociale, economico e politico. Siamo infatti il paese che nel complesso risulta più squilibrato nei rapporti tra generazioni. C’è, in primis, lo squilibrio nei rapporti quantitativi, che corrisponde anche a un minor peso elettorale per le nuove generazioni. Ma esiste anche un deficit di presenza dei giovani nella classe dirigente.
La maggiore gerontocrazia del mondo politico di cui soffre il nostro Paese è inoltre accentuata da barriere anagrafiche di ingresso nel Parlamento che difficilmente trovano paragoni negli altri paesi occidentali. L’occupazione under 25 è poi tra le più basse (la Spagna negli ultimi dieci anni ci ha superati) e la disoccupazione tra le più elevate.Per chi poi trova lavoro, come dimostrano i dati Istat e della Banca d’Italia, i salari risultano particolarmente bassi ed il divario con quelli dei cinquantenni si è ampliato. Sbilanciata a favore delle generazioni più vecchie è anche la spesa sociale. In tutti gli altri paesi dell’area euro, le pensioni incidono per meno della metà della spesa per protezione sociale, noi invece superiamo il 60%. Se si scorporano le pensioni spendiamo un terzo in meno per tutte le altre voci rispetto alla media europea.
Nel 2007 l’indebitamento italiano è stato l’unico dell’area euro a trovarsi sopra il Pil, mentre in tutti gli altri grandi paesi europei non oltrepassa il 65%. Un debito che, come sottolineano gli economisti Boeri e Galasso, è servito alla generazione dei padri per salvaguardare il proprio benessere e che ora brucia risorse che potrebbero essere destinate a rendere meno squilibrata la spesa per protezione sociale verso le nuove generazioni.’
E, allora, se uno dei principali problemi dell’Italia è il fatto che non si fanno figli, un ministero per la Salute declassato, indebolito, potrebbe aiutare a risolverlo?
Vignetta ‘La salute e il suo ministero’ - Copyright Blog ‘Diritto di cronaca’
06.09.08 @ 11:57:14
da Solo Io
Come al solito hai ragione, e ...
06.09.08 @ 10:19:00
da LaPami
Già spero che non siano solo ...
05.09.08 @ 17:13:02
da Rosa
mi sembra una cosa buona e ...
05.09.08 @ 16:16:51
da wonderely