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Le donne che lavorano in Italia sono sempre pił discriminate
Da Esseredonnaoggi.


Continua a diminuire il tasso di occupazione in Italia che, secondo i dati dell'Ocse, "rallenterà ancora nei prossimi due anni".


In Italia, si legge nell'Employment Outlook 2008 dell'Ocse, meno del 58% della popolazione in età lavorativa ha un lavoro, contro più del 70% nei paesi con il tasso di occupazione più elevato; l'occupazione "é cresciuta di un solo punto percentuale nel 2007, mezzo punto percentuale in meno dell'area Ocse e meno della media degli ultimi dieci anni".

Tasso di disoccupazione che, chiaramente, coinvolge sempre di più le donne le cui prospettive per il futuro sono tutt'altro che rosee.


Secondo l'Ocse, infatti, solo il 46% delle italiane ha un lavoro e il tasso di occupazione femminile "é molto basso" anche nella fascia di età più attiva (25-54 anni), attestandosi al 59,6%.

Siamo sostanzialmente al terzo posto tra i peggiori risultati relativi ai Paesi Ocse, dopo il Messico e la Turchia.

Non solo le donne hanno poche probabilità di trovare un lavoro ma hanno anche poca probabilità di trovare un lavoro buono e ben pagato se è vero che nel 2005 il 15% delle italiane occupate tra i 25 e i 54 anni aveva un contratto a tempo determinato contro solo il 9% della loro controparte maschile.

Inoltre in questa fascia d'età le italiane con un impiego a tempo pieno guadagnano in media il 18% meno degli uomini per ora lavorata (il 22% in meno nel caso delle donne con un diploma universitario).


I ricercatori dell'Organizzazione stimano che una maggiore liberalizzazione dei servizi produttivi potrebbe aumentare l'occupazione femminile di almeno 1,5 punti percentuali anche se, dicono, la debole partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro è in parte dovuta anche all'inadeguatezza delle politiche di sviluppo delle infrastrutture per l'infanzia e all'insufficienza delle detrazioni fiscali a favore di coppie multi-reddito.

L'Ocse sottolinea dunque la presenza di "persistenti pratiche discriminatorie nel mercato del lavoro che sono un fattore chiave alla base di queste disparità".


Questo perchè una maggiore concorrenza scoraggerebbe la discriminazione basata su semplici pregiudizi, in quanto le imprese non potrebbero permettersi di sprecare risorse di valore e sarebbero forzate ad assumere i migliori candidati indipendentemente dal sesso.

Sarebbe infine auspicabile, dice l'Ocse, un miglioramento del quadro legislativo in quanto quello italiano è lontano anni luce da quello delle altre nazioni occidentali; per esempio, dice l'Ocse, la legislazione vigente non fornisce nessuna protezione speciale contro eventuali ritorsioni del datore di lavoro contro querelanti e testimoni, il che scoraggia le vittime dallo sporgere querela.


Ecco come è stata trattata Giusi Malato, ex olimpionica di di pallanuoto, allenatrice della Orizzonte Catania.
Sono colpevole di avere dato alla luce mio figlio Diego" afferma Giusi in una lettera aperta. "Da donna, da mamma e da sportiva che conosce e rispetta i sani principi della competizione agonistica non posso che restare sorpresa, delusa, esterrefatta nel rileggere le motivazioni per le quali sono stata allontanata. Colpevole per la mia maternità". "In questi anni - prosegue Giusi - in acqua o a bordo vasca, sono stata orgogliosa di portare in alto non solo la pallanuoto, ma anche il nome della mia città. Tanto orgogliosa che ho sacrificato anche tutti i mesi della mia gravidanza, fino al momento del parto. Non vi dico cosa provo da donna: nascondere i propri pensieri reali dietro un evento, per me e per i miei amici veri, lietissimo, come la nascita di mio figlio Diego, è una vigliaccheria: non si può costruire un castello solido sulla sabbia. Ai dirigenti dico soltanto una cosa: ai vostri figli spero diate un esempio diverso, certamente più educativo, di quello che ho ricevuto io" (fonte La repubblica).

nrd. Secondo voi la nostra società è destinata a ripatriarcalizzarsi?
Trovo che sia emergenza sociale dal momento che il tasso di occupazione è già basso e in più si sta anche abbassando notevolmente. Ma nessuno si preoccupa perchè si continua a tener conto soltanto dell'occupazione maschile.

Un altra notizia cattiva per notare che è il governo responsabile della nsotra discriminazione:

L'appello che segue è stato lanciato da un gruppo di donne (politiche, sindacaliste, giornaliste e imprenditrici) in difesa della legge che vieta le dimissioni in bianco, approvata dal Parlamento nell'autunno del 2007. Obiettivo della legge e' quello di neutralizzare la pratica molto diffusa di far sottoscrivere le dimissioni al lavoratore (ma soprattutto alle lavoratrici) in via preventiva al momento dell'assunzione. Una pratica che viene utilizzata da alcuni datori di lavoro per consentire un licenziamento agevole in caso di maternità, ma anche per conseguire alcuni vantaggi fiscali (ad esempio, per sgravare l'impresa dal pagamento dei periodi di assenza del lavoratore per eventi imprevisti quali infortuni o malattia). La stragrande maggioranza dei casi riguarda soprattutto le donne. L'ambito di applicazione della legge sono i contratti di lavoro subordinato, di collaborazione coordinata e continuativa, compresi quelli a progetto, di collaborazione di natura occasionale, di associazione in partecipazione (qualora l'associato fornisca prestazioni lavorative e i suoi redditi derivanti dalla partecipazione agli utili siano qualificati come redditi di lavoro autonomo) e i contratti instaurati dalle cooperative con i propri soci.

Il 24 maggio scorso, a margine dell'assemblea degli industriali diTreviso, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha annunciato tra le tante misure che ha in mente anche l'abolizione della legge, o meglio - ha detto Sacconi - ''il superamento dell'obbligo di tenuta del libro matricola, o il superamento della norma che vuole l'obbligo delle dimissioni volontarie".

Chiunque discordi dal ministro, e ritenga invece che questa legge sia importante e vada mantenuta, può sottoscrivere l'appello scrivendo a
nolicenziamentimascherati@gmail.com

http://www.donneinrete.com/blogDetail.aspx?id=369
02 Lug 2008
Passegiando nei blog. Per molti č pił accettato uccidere una donna che la libertą della stessa.
Sul blog uomochemilava leggo dei commenti terribili sul post che parlava del femminicidio di Lorena Cultraro.  


Pare di leggere una situazione alquanto preoccupante. Addirittura chi colpevolizza la ragazza, ovvero questi sono complici e accettano che è normale ucciderla se è troppo libera ma espresso in altri termini. Ad alcuni ha più scandalizzato la sua libertà che lo stupro (quasi visto come una sua colpa) e il femminicidio.

che dire leggendo questo che in quanto uomini è accettato ancora che si possa uccidere e stuprare una donna proprio operchè è troppo libera e va punita, ma che non sia accettabile qualsiasi libertà della donna, vi publico i commenti:

Anonimo ha detto:Orge o no questa a 14 anni si scopava 3 ragazzi anche se non tutti insieme. Io non lo so se questo vada accettato nella società, lo chiedo alle femministe. E' uno schifo e basta. Dev'essere accettato per la parità tra uomo e donna?


 
Cioè è più accettato uccidere e stuprarla allora, perchè sono uomini e giusto lo possono fare?

L'autrice del blog poi ha giusto risposto:
Valentina Maran ha detto:

Per Anonimo (e peccato che resti Anonimo..magari una firma, o un nick, sarebbe carino)
Tu dici, Orge o no questa a 14 anni si scopava 3 ragazzi anche se non tutti insieme"
Beh, anche questi ragazzini, alla loro tenera età si scopavano una ragazza in gruppo.
E' normale?

Non è un prblema solo di donne.
Mi sembra che dar colpa e lo scandalo si concentri sempre di più sul femminile.Perchè?
fa quasi più scalpore che lei avesse rapporti a tre, che non il fatto che sia stata uccisa.
 

  vergine81 ha detto:

Ecco il nick che mi sono dato è vergine81.
No non è normale che i ragazzini si scopavano la ragazza in gruppo, l'ho appena detto che sono scandalizzato.
No, la colpa è anche dei maschi in egual misura. Ti sembra ma ti sbagli perchè io la colpa la do' anche ai maschi.
No no per me fanno scalpore tutte 2 le cose, una più dell'altra.
Oggi le ragazzine sono porche quanto i maschi o no? E tutto questo per la parità fra i sessi,lo ripeto. ma allora perchè volere la parità in tutto e copiate anche i difetti?


Valentina Maran ha detto:
 Vergine81 la parità è un diritto.
Essere donna non ha niente di meno che esser euomo.
C'è solo esclusivamente differenza biologica.
(mi permetto di fartelo notare perché mi fa piuttosto strano che tu chiami "colpa" quella che io definisco un diritto)
Se c'è una colpa, temo che sia da cercare nell'educaizone. E negli stimoli con cui quei ragazzi sono cresciuti sino ad ora.


è lo stesso ragionamento di chi l'ha uccisa! mi fa paura pensare che ci sono tanti uomini che non ammazzerebbero mai magari, ma sono complici del femminicidio!
 
Mi scuso con l'autrice del blog ma sicocme questi commenti degli utenti che hanno postato mi hanno indignata allora non ho fatto a meno di postarlo qui. Da certi utenti ocme anonoimo (nemmeno si firma) è + accettato stuprare e uccidere una ragazza in quanto uomini che una ragazza che è libera sessualmente ma dove siamo? Cioè sta giustificando in pratica. è la scarsa libertà femminile che porta a concedere a certi uomini troppo liberi di ammazzarti e punire la tua libertà.Pare che la donna sia un oggetto.

infatti è proprio per quella colpa di cui ancora si pensa che ogni donna subisce violenza. E inoltre da fastidio smepre questo dare colpa alle donne su tutto.Una in quanto donna ha anche la responsabilità di chi l'ammazza, come se questa se lo meriti in quanto donna! Non solo la donna ha un ruolo subordinato imposto pure, ma deve anche prendersi la colpa di questo tramite le violenze e tramite le giustificazioni dei più schifosi criminali.

a questo punto non ho problemi a trasferirmi in afganistan. è lo stesso. 
28 Giu 2008
Le donne di Lucha Y Siesta
Grazie al Paese delle donne online vi pubblico questa notizia:



L’8 marzo un gruppo di donne autorganizzate ha occupato uno stabile abbandonato da anni nella zona del Quadraro a Roma. Da questa occupazione è nata La Casa delle Donne Lucha Y Siesta dove oggi vivono 23 donne e 15 bambini. Molte di loro erano rimaste con i propri figli senza un tetto sulla testa dopo aver lasciato mariti e compagni violenti, altre non guadagnavano abbastanza per permettersi un affitto, o non riuscivano ad arrivare a fine mese con una pensione minima.

Insieme hanno creato uno spazio abitativo e sociale di donne per le donne con uno sportello per la tutela legale, per l’orientamento e la formazione. Dall’ 11 al 15 giugno hanno aperto la porta di casa al quartiere organizzando una mostra fotografica dal nome “Il pane e le rose. Le lotte delle donne per il lavoro dagli anni ’50 agli anni ’80”.


Guardate qui:




Per vedere le altre cliccate sul link originale dell'articolo.

28 Giu 2008
Violenza sessuata e femminicidio
Dal Paese Delle Donne Online

È diffusa una percezione disincantata della politica, che fa dire a molte che le cose vanno male e che stiamo tornando indietro. A guardare la determinazione e la creatività delle donne che siamo e di quelle che l’UDI ha avvicinato con le sue iniziative, non pare che noi stiamo tornando indietro. Pare, invece, che a tornare indietro siano i poteri costituiti.

A ben guardare “lo stato moderno” è fortemente impegnato, più che altro, a non concedere: togliere comporterebbe l’appannamento delle qualità indispensabili a collocarsi nella comunità dei paesi occidentali, contrapposta a quella “arretrata”.
A ben guardare,
le donne tutte, anche quelle che non fanno politica, sono il più forte elemento di emancipazione sociale della società in generale e sempre più hanno fame di vera libertà e vera democrazia.



La politica delle donne - e le donne che fanno politica - si muovono, invece, troppo spesso sull’onda dell’emergenza.
Un agire difensivo che riduce lo spazio per la proposta che diventa sempre più esiguo e sempre più avvertito come “pericoloso”. Sembra quasi che il movimento delle donne prenda forza solo dalle risposte e che da esse misuri la sua forza.


La riapertura da parte dell’UDI di una vertenza pubblica sul terreno delle cause strutturali della violenza sessuata, nel 2005, è stata l’assunzione di una sfida e di una proposta naturalmente collocate fuori dalle alleanze tradizionali, anzi le abbiamo volute verificare con l’esperienza di tutti questi anni e consapevoli dell’eterno svantaggio dell’essere fuori dai luoghi dove si decide.

Abbiamo individuato nel femminicidio e nella violenza sessuata gli strumenti principali con cui gli uomini moderano i comportamenti femminili per garantire il mantenimento dell’ordine gerarchico patriarcale.
Scegliendo le parole, una ad una, abbiamo inaugurato una pratica politica dove il protagonismo dell’associazione è indiscutibile quanto inedito nella politica. A partire dalle esperienze fatte con le donne che si sono rivolte a noi in questi anni, ci siamo impegnate in una proposta di modifica della legge vigente, in proposte per protocolli di intesa con le istituzioni.

Se poi prendiamo in esame le risorse che gli ultimi tre governi hanno destinato al contrasto alla violenza, salta agli occhi che si mantengono pressoché equivalenti, cioè misere, anche calcolate rispetto all’ intero volume destinato a politiche di vario tipo.
E l’allarme sollevato dalle donne in qualche modo è stato - ed è - usato per veicolare provvedimenti impropri, magari annunciati con le parole stesse provenienti dall’indignazione femminile. Si tratta di atti che seguono la logica della fisiologia danno/riparazione. La logica del dopo, del guasto da riparare, supera il soggetto che l’ha subito in favore del bene della famiglia o per ristabilire le relazioni e le condizioni che lo hanno determinato.
Ciò va nella direzione dell’interesse generale che si stupisce solo ciclicamente del femminicidio.

Ciò fa disconoscere il numero reale delle prostituite e schiave straniere uccise, ciò delinea l’interesse a tollerare più donne invisibili “clandestine” tra i migranti. Mentre noi sappiamo, e lo sanno anche gli altri, che la prima causa di morte per le donne è la violenza sessuata.

Consolidare e normalizzare l’aiuto solidale delle donne, ha comportato la trasformazione dell’aiuto politico in un servizio che, per accedere alle risorse indispensabili alla continuità del lavoro, finisce per piegarsi alla regola della continua emergenza creata dalla minaccia della sottrazione dei fondi, nonché ad adattamenti che di fatto contrastano le finalità per le quali i centri nascono.
Non di rado le energie delle operatrici sono impegnate nel contrastare “le connivenze istituzionali” che si manifestano per i limiti della legge vigente, ma anche per la sua disapplicazione o per una normativa “concorrente” sulla famiglia tesa a rafforzare il controllo del capofamiglia. Una costruzione a cui vengono continuamente sottratti i mattoni.

Per tutto questo al fianco dei centri antiviolenza gestiti dalle donne è indispensabile una solidarietà che sia sciolta da legami di dipendenza economica. Una solidarietà in grado di esprimere la denuncia per produrre una azione politica di contrasto alle connivenze istituzionali che sostengono le gerarchie familiari, che sono alla base della moderazione violenta delle donne.

Bisogna allora ragionare su chi fa cosa e sull’esito delle scelte operate in questi lunghi anni. Sappiamo quanto le donne che gestiscono i servizi siano state e siano importanti ma sappiamo anche qual è il compito della politica, il nostro compito, che ci ha già portate lontane dalla “terziarizzazione del femminismo” .
Gestire servizi sussidiari non è, ora più che mai, il nostro compito.

Le donne che hanno scelto di stare nell’UDI, non hanno scelto né un collettivo, né un partito, né la cooperazione. L’UDI è un’associazione antica, ancora unica, che è cambiata con le donne, e alla quale le donne chiedono di fare politica.
Siamo consapevoli che dobbiamo fare quello che facciamo, e dobbiamo saperlo fare, per dare il nostro contributo alla nuova soggettività politica delle donne, stanca di guerre inutili e pronta a lanciare nuove sfide.

Le parole per dirlo…

Partiamo da questa citazione perché quello di cui abbiamo gran bisogno oggi siano proprio le parole per dirlo.
Per dire ‘violenza’, per dire ‘solidarietà’, per dire ‘sicurezza’, per dire ‘cultura’, per dire ‘politica’, per dire ‘famiglia’, per dire ‘relazioni’.
Per trovare parole che rimangano “accese” sul significato che noi abbiamo loro dato attraverso una ricerca ed un pensiero nostri.
Il pensiero che contraddice e che disturba un sapere “ufficiale”, che non si lascia contaminare, ma che dalla forza delle parole delle donne è insidiato e in qualche modo le imprigiona e le banalizza, conducendole alla normalizzazione e alla sterilizzazione politica. È la sfida continua dell’essere oltre i confini anche nel linguaggio.

L’emergenza della violenza fisica ai danni delle donne in un paese che ha normalizzato la violenza sulle donne, è conseguenza politica del lavoro di rafforzamento strutturale in questa direzione, a partire dal primato dell’uomo sulla donna.
Nella necessità di salvarsi si sono fatte includere nella politica dei rimedi che non “toccano le cause”, alimentando la suggestione che lo Stato lavori contro la violenza sessuata, senza in realtà aver spostato di una virgola la situazione.

La dimostrazione è senza dubbio data, tra l’altro, anche dal Ddl Pollastrini – Bindi disegno di Legge, il n°2169, presentato il 25 gennaio 2007 dalla Ministra delle Pari Opportunità ed altri dieci).
Già dal titoloMisure di sensibilizzazione e prevenzione, nonché repressione dei delitti contro la persona nell’ambito della famiglia, per l’orientamento sessuale, l’identità di genere ed ogni altra causa di discriminazionenel quale la parola donna e la parola violenza non compaiono (benché sia passato ai posteri come il Ddl sulla violenza ed abbia scatenato associazioni, centri antiviolenza ed altre sul lavoro di proposte di emendamenti, limature ecc…), è chiaro che le fondamenta teoriche del progetto non appartengono alle donne, che non si sarebbero mai espresse in questi termini.

“Il presente disegno di legge (…) intende affrontare il tema della violenza contro le persone che più vi sono esposte, quali i minori, gli anziani e le donne, in modo integrato affrontando anche i delicati temi della violenza in famiglia o della violenza facilitata da relazioni di tipo affettivo o familiare. (…) In questo quadro si iscrivono anche le disposizioni relative alla violenza cosiddetta di genere (…) anche in relazione all’orientamento sessuale”.
Il concetto teorico del separatismo e della differenza scompaiono così definitivamente a favore di una politica che, camuffata da ‘azione integrata’, ripristina l’approccio egualitario: le donne, anziani, immigrati, omosessuali tutti eguali son. Tutti egualmente deboli, tutti egualmente vittime.

Con buona pace del 50E50: la cultura che ha partorito il Ddl sulla violenza può, al massimo, comprendere le percentuali e la normativa antidiscriminatoria. Ogni altro discorso parrà rivoluzionario e quindi velleitario, perché teso a scardinare un assetto senza la condivisione degli uomini.

Ebbene, in questo contesto culturale si cala la parte del Ddl relativa ai centri antiviolenza.
Essi sono collocati fra i soggetti ‘istituzionalmente preposti all’assistenza alle vittime dei delitti di violenza sessuale o commessi nell’ambito familiare’ ; il Ddl prevede, inoltre, l’istituzione di un registro in cui sono iscritti i centri antiviolenza che agiscono in ambito sovraregionale, registro collocato presso il Dipartimento per i diritti e le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri con lo scopo di monitorare l’esistenza e l’operatività dei centri antiviolenza, di garantire livelli minimi di prestazione il più possibile omogenei su tutto il territorio nazionale e di orientare eventuali politiche di intervento.
E’ ben noto che la Ministra Pollastrini all’epoca convocò i vari centri antiviolenza e l’Udi, il che appariva senza dubbio inebriante; però, a che fine?

A ben guardare, l’iniziativa ricalca lo schema del Governo che convoca le parti sociali quando intende adottare un Protocollo sul welfare, con l’obiettivo di adottare norme condivise e prevenire il conflitto sociale.
Sennonché, i Centri e l’Udi non possono essere definiti ‘parti sociali’.
Non sono infatti “nominalmente titolari” di un interesse generale, e una volta individuati come disturbanti, possono nella larghezza interpretativa consueta ai poteri, essere sostituiti, intercambiati, finché possibile.
Il risultato di quella convocazione – ovvero il Ddl, che solo in parte e solo lessicalmente ad essa s’è ispirato - dimostrava la inefficacia della convocazione stessa.

L’Udi, per lunga esperienza, ha imparato la lezione dell’esizialità della dipendenza dai riconoscimenti ufficiali: l’essere contradditore delle istituzioni, quindi non intercambiabile a discrezione del potere, è l’identità a cui ambisce.
Tuttavia, quel che è emerso con grande chiarezza, ed è, credo, il punto focale, è che in quel Ddl, peraltro di sinistra, e comunque scivolato giù per le scale di cantina, vi era l’intento di rimarcare e valorizzare la necessità di una centralizzazione del governo dei Centri.

Laddove si prevede, infatti, un registro nazionale con la funzione di orientare eventuali politiche di intervento si intende proprio questo: un governo dall’alto delle politiche dei Centri.

E così veniamo al punto: cosa sono, oggi, i Centri antiviolenza? Possono essere definiti luoghi di iniziativa politica delle donne?

Dagli anni settanta ad oggi le cose sono molto cambiate e se all’epoca i Centri erano per definizione un luogo di iniziativa politica delle donne, nel senso che l’idea stessa di un Centro antiviolenza era già fare politica delle donne, oggi non è necessariamente più così.
Vi sono territori in cui ciò accade, nel senso che il Centro continua ad essere riconosciuto come propulsore di politica delle donne.

Ma, più spesso, i Centri hanno, negli anni, esteso il proprio ambito di azione andando a riempire sempre più grandi vuoti lasciati dalle istituzioni, fino a svolgere una funzione chiaramente sussidiaria.

Sussidiarietà che, lo sappiamo bene, è il futuro prossimo dell’intero assetto dei servizi del nostro paese per sopperire alle incapacità della pubbliche amministrazioni, il che però non significa affatto che quei servizi non siano pubblici, ovvero riconducibili alla pubbliche amministrazioni.

Ebbene, dobbiamo avere chiarezza e consapevolezza intorno al fatto che quando i Centri erogano servizi pubblici, ciò fanno in un regime in cui è garantita la parità delle opportunità di accesso a tutti i soggetti che abbiano i requisiti di legge. Il che significa, ovviamente, che il Centro, per accedere ai finanziamenti, dovrà vincere la concorrenza di altri soggetti – alcuni già nati ma tanti altri nasceranno -, mossi da tutt’altre motivazioni culturali e politiche, ma in grado di fornire gli stessi servizi a costi inferiori.

In tale contesto, forte è il rischio della estrema incertezza della sopravvivenza dei Centri (più che mai con l’attuale governo) e del progressivo allontanamento dalla politica delle donne.

In un mercato del lavoro sempre più stagnante, poi, i Centri sono diventati spesso luoghi ove le giovani donne vanno per cercare un lavoro benché non abbiano magari neanche mai sentito parlare della politica delle donne o non siano interessate.
E’, insomma, giunto il momento di aprire nell’Udi una discussione intorno a questo punto, a partire dal fatto che l’iniziativa e la pratica politica rimangono dell’Udi, che, in relazione agli obiettivi che liberamente si dà, può collaborare o porsi anche come contraddittore rispetto alle Istituzioni ed ai Centri, laddove svolgano una funzione erogatrice di servizi in funzione sussidiaria rispetto alle Istituzioni.
Di tutto questo si è discusso nell’incontro del 1 giugno che si è tenuto nella Sede nazionale dell’UDI e abbiamo deciso di costruire un momento nazionale a ridosso della prossima autoconvocazione. A tal fine abbiamo cercato di riportare gli spunti più importanti del dibattito.
Cari saluti,

Stefania Cantatore e Stefania Guglielmi

25 Giu 2008
Cannibalismi italiani
Da femminismo a sud
Questo articolo è troppo bello. Vi mostra un quadro generale della situazione italiana.

http://www.i-20.com/images/works/w446.jpg
All'inizio hanno detto che si trattava di suicidio. Poi hanno contato le coltellate e le ferite e si sono resi conto di aver diffuso una ipotesi imbarazzante. La gola squarciata e almeno 30 colpi a lei , probabilmente uccisa, finita dal fidanzato e poi la simulazione del suicidio con tanto di bigliettino d'addio per lui che ha provato a morire senza riuscirvi.


L'hanno descritta
come una "tragedia familiare", invitando alla prudenza, come se quando si parla di tragedie familiari non si possa parlare neanche più di violenze alle donne. Come se fosse inopportuno sollevare questa questione a fronte di provvedimenti governativi che trascurano le possibilità di intervento in famiglia o nelle relazioni affettive.

Una faccenda che avrebbe occupato la prima pagina dei quotidiani se non fosse per il fatto che, come spesso accaduto anche se solo pensiamo a quest'ultimo anno, il ragazzo che ha inferto le pugnalate non è un immigrato clandestino, non è uno straniero ma è "soltanto" uno romano de roma.

Una storia scomoda perchè ricorda alla ministra carfagna che il nostro peggior nemico sta dentro le mura di casa e non fuori e perchè ricorda al governo che le loro leggi razziali fatte con la scusa di volerci difendere da stupri occasionali hanno solo il fine di dar voce al pregiudizio.

Hanno approvato un decreto che riempirà le carceri di immigrati, che rinomina i centri di permanenza temporanea quali "centri di identificazioni e espulsione", che introduce il reato aggravante di immigrazione clandestina, popolerà le nostre città con l'esercito per proteggerci da quella che per i fascisti al governo deve apparire come una "invasione".


Hanno dichiarato
lo stato di guerra allo straniero, lo trattano da occupante imperialista invece che da povero "cristo" in cerca di lavoro. Hanno stabilito che si faranno processi per direttissima quando uno è nero, rosso, giallo, europeo dell'est e per far questo hanno bloccato tutti gli altri processi "italianissimi" per i reati commessi prima del 2002. In mezzo ci sta di tutto: stupri, delitti, le torture di bolzaneto e le aggressioni alla diaz del g8 di genova 2001, le infinite schifezze fatte dal premier per le quali invoca, assieme alla pausa processuale salva preti pedofili, addirittura la sospensione dei processi ai danni delle alte cariche dello stato e a chi non è d'accordo chiarisce che secondo lui i magistrati in italia sono sovversivi. Tutto come fosse un regime in cui vi sono livelli diversi di applicazione del diritto. Leggi razziali, appunto.


E a ben vedere
, con un governo che sospende i processi che vedono quali imputati un po' dei suoi membri e con una magistratura che accusa di sovversione dello stato qualche ragazzo perchè ha lanciato qualche uovo o ha sfasciato una vetrina, non si tratta solo di leggi che rendono fuorilegge gli stranieri. Si tratta di norme che aggravano la posizione di rom, froci, dissidenti, compagni comunisti, anarchici. Questa non è la ripetizione del ventennio. E' una nuova e rinnovata versione di totalitarismo che continua a trattare le persone come merce senza diritti e che risponde all'unica regola determinata dal mercato: il profitto.


Il decreto
poi attribuisce nuovi poteri ai sindaci e militarizza persino i vigili urbani che, da ora in poi, immagino, sostituiranno fischietto e paletta con manganello e pistola, che saranno utilizzati per compiti di sorveglianza delle città assieme alle ronde di civili, alle forze di polizia e all'esercito. Un sindaco con tanti poteri somiglia ad uno dei prefetti di mussolini, ad uno dei vescovi del papa re, ad uno dei vassalli medioevali, ad uno dei latifondisti del feudalesimo, ad uno dei signorotti delle signorie, ad uno dei capodecine della mafia. Gestione territoriale, riscossione dei dazi, possibilità di applicare schemi di repressione personalizzata a seconda delle proprie convinzioni. Non è l'italia che va avanti. E' la penisola che torna indietro di svariati secoli, prima ancora della riunificazione dello stato, prima ancora della lotta tra granducati e regni vari. Siamo alla divisione dei popoli tra guelfi e ghibellini, alla battaglia tra mori e cristiani, al "mamma li turchi" dell'impero ottomano. Siamo all'epoca dell'inquisizione cattolica, delle crociate.


Siamo
alla libera circolazione delle merci senza la libera circolazione dei corpi. Siamo alla tratta autorizzata e all'importazione della straniera quando deve fare la badante per reggere il peso di quegli anziani di cui lo stato non si è mai curato e di cui le famiglie nons i possono curare più. Siamo all'importazione di carne da macello da far precipitare da una impalcatura, in uno dei tanti cantieri di lavoro che non usano protezioni per i dipendenti, in special modo per quelli stranieri.


Avete
mai visto il lager di Lampedusa? Avete mai visto i corpi di cadaveri stranieri galleggiare lungo la costa ragusana? Avete una vaga idea di quello che succede nel nostro mar mediterraneo? E di quello che fanno i libici per "aiutare" lo stato italiano togliendogli dalle ovaie qualche negro di troppo? E dei campi libici? Di quei buchi neri di cui non sappiamo niente? Avete presente una guerra? E' quella che si celebra nella acqua alte, tra pezzi di merda che speronano gommoni sovraffollati e queste persone di tante nazionalità senza armi. Giusto la speranza di toccare terra a rischio della vita per costruirsi un futuro diverso. Avete presente quello che fanno ai richiedenti asilo? A quelli che sfuggono alle guerre, alle stragi, a tragedie infinite che sono figlie di un occidente arricchito che poi non vuole guardare quanti morti provoca e non vuole neppure soccorrere i feriti?

Probabilmente no. Non vi piace guardare da vicino e vedere le conseguenze del vostro benessere. Capirete bene allora perchè mi vergogno di essere italiana.


--->>>La foto sopra è uno dei nudi collettivi realizzato in Nevada da Spencer Tunick
 

25 Giu 2008

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