Vi incollo da qui
[..] il testo è frammentato, per leggere tutto cliccate dove ho linkato
La storica americana Gerda Lerner, ci ricorda che "fare storia, per le società come per gli individui, non è un lusso intellettuale superfluo, ma è una necessità sociale". Fare storia è un processo attraverso il quale gli esseri umani conservano ed interpretano il passato, e poi lo reinterpretano alla luce del presente.Se memoria collettiva e storia sono i quadri entro i quali si costituiscono la memoria e l’identità individuale e collettiva, bisogna riconoscere che le donne, così a lungo escluse o, nella migliore delle ipotesi, relegate ai margini della storia insegnata, anche per questo hanno sofferto di una distorsione della percezione di sè, sino ad interiorizzare un senso d'inferiorità nei confronti dell'altro sesso.
Il fatto che la storia non le preveda, se non di rado, come soggetti attivi e non fornisca possibili modelli di identificazione, produce, come dimostrato da recenti ricerche, “smemoratezza” nelle ragazze e incapacità di pensarsi liberamente in un progetto futuro.
La storia insegnata nella scuola appare spesso così, lontana dalla realtà presente, più vicina alla mitologia che alla storiografia.[...] Selezione dei contenuti, generalizzazione, sintesi, sono operazioni che producono una narrazione storica che rispecchia valori e immaginario (inteso come rappresentazione mentale del mondo nel quale collocare i rapporti sé/altro da sé), al cui centro è il soggetto maschile e l’altro è rappresentato dal femminile.
In questo modo il ruolo attivo di protagonista dei processi storici appare una prerogativa maschile e diventa quasi inevitabile l’enfasi sui conflitti, i grandi eventi, i grandi personaggi.
Quale effetto producono queste immagini nelle ragazze?
Di fatto, viene loro negata la possibilità di sentirsi rappresentate nella storia dalle loro simili, viene negata una tradizione femminile, viene negato il valore storico dell’esperienza femminile, viene negato il ruolo positivo e attivo nei processi storici.
Le donne sono, come è stato scritto, delle "straniere nei territori della storia”.
Ne deriva un senso di estraneità alla storia, come dimensione lontana dall’esperienza quotidiana, che poco o nulla ha a che fare con il presente e col proprio essere al mondo, una materia scolastica raramente interessante.
E’ triste pensare che ancora oggi si possa in larga parte sottoscrivere quanto Mary Astell, femminista inglese, scriveva nel 1705: “Quando gli uomini vogliono esprimere particolare rispetto per l’intelletto di una donna, le raccomandano di leggere storia. Ma, sia detto col dovuto rispetto, la storia può servire a noi donne per passare il tempo o per fare conversazione. Non può fornirci regole di condotta o suscitare in noi un generoso spirito di emulazione […], sono gli uomini a scrivere la storia e raramente hanno la condiscendenza di prendere atto di ciò che di buono e di grande è stato compiuto da una donna, e, se lo fanno, è con questa sagace considerazione: che le azioni di tali donne hanno superato i limiti del loro sesso”.
Mary Astell coglie acutamente che il problema non è quello di una supposta assenza delle donne dalla storia, quanto piuttosto quello del loro non esserci nei racconti degli storici.
Le donne sono, per riprendere una efficace espressione della storica Gianna Pomata, delle “lettrici impreviste” all’interno di un discorso storiografico che, mentre pretende di essere universale, storia cioè del genere umano tutto, di fatto ne esclude la metà.
Si tratta di una concezione e di un insegnamento della storia che producono effetti negativi, non solo nei confronti delle ragazze , ma anche dei loro coetanei. Nelle interviste raccolte nell'ambito di una recente ricerca, presso studenti delle scuole secondarie superiori, viene denunciata una lontananza della storia dal mondo reale. [...]. Una storia centrata sui grandi eventi e le trasformazioni epocali, attenta alle ideologie più che ai soggetti protagonisti del processo storico, rende insomma, la storia estranea ai giovani, sia maschi che femmine, anche se in modo differente. Inoltre non è infrequente la domanda "ma insomma, in fondo le donne che cosa hanno fatto di storicamente importante?", che ci mostra come questo racconto storico tenda a rafforzare stereotipi e pregiudizi nei confronti dell'altro sesso.
In che modo, allora, la storia delle donne ha contribuito e può ancora contribuire a modificare una concezione della storia che ignora i soggetti e le loro differenze, in primo luogo quella di sesso? Può essere un utile strumento per riavvicinare i giovani alla storia? Ma cosa vuol dire, in sintesi fare storia delle donne o, come si preferisce dire oggi, fare storia di genere?
[...] Fare storia delle donne in realtà non vuol dire limitarsi ad aggiungere un capitoletto ad una storia già scritta, ma piuttosto riscrivere una storia che, per essere veramente generale, cioè del genere umano tutto, deve mutare radicalmente il suo sguardo. Come scrive Natalie Davis, occorre incorporare sistematicamente la categoria "identità di genere" (maschile e femminile) tra i presupposti del lavoro storico.
Il secondo equivoco da cui occorre preliminarmente sgomberare il campo è quello relativo all'identificazione tra storia delle donne e storia del quotidiano e della cultura materiale, per cui, al massimo, la storia delle donne può rientrare nella sfera della storia sociale. Un simile atteggiamento equivale a perpetuare lo stereotipo di un mondo delle donne legato alla sfera biologica, ai cicli della natura, relegarlo alla sfera domestica e familiare. In questo modo, contemporaneamente, si ribadisce l'estraneità femminile al mondo della ragione e del sapere, si nega la "politicità" dell'agire femminile, si ripropone in sintesi quella separatezza tra sfera pubblica come luogo privilegiato dell'agire maschile e sfera privata, di esclusiva pertinenza femminile, che per lungo tempo ha costituito l'alibi per legittimare l'esclusione delle donne dalla storia. Gianna Pomata nel suo saggio La storia delle donne: una questione di confine analizza con estrema lucidità le origini di questa esclusione: "Per capire perché le donne non sono presenti nella storia, dobbiamo cercare di capire quali regole determinano la rappresentazione della scena storica, la comparsa e l'assenza, la centralità e la marginalità. In questo spazio, quel che la storia mette a fuoco come suo oggetto privilegiato -l'azione che porta alla ribalta- non è il mutamento in genere, ma il grande mutamento dei processi che culminano teologicamente nella società presente, lo sviluppo, il progresso". Pomata conclude che "riconoscere la storicità dell'esperienza delle donne, significa soprattutto rimettere in discussione le regole che determinano la centralità e la marginalità nello spazio storico, gli stereotipi del mutamento come progresso e della stabilità come assenza di storia".
Appare quindi evidente perchè la storia delle donne non possa essere considerata una "storia aggiuntiva" e come sia limitativo ricondurla alla sola storia sociale. [...] Se in Italia la storia delle donne nasce alla metà degli anni Settanta ad opera di alcune giovani storiche, segnate dall'esperienza del femminismo, con l'esplicito intento di dare voce a quante erano state escluse dalla storia ufficiale e di trovare nella storia delle "antenate" a cui far riferimento, oggi la disciplina vive una fase molto diversa.
Luisa Accati, nella sua introduzione al numero di «Quaderni storici», dedicato a Parto e maternità, momenti della biografia femminile (1980) scrive che "la storia delle donne deve in primo luogo analizzare la differenza femminile, poi approfondire l'analisi mettendo in luce l'intersezione con il maschile e le modificazioni reciproche che tale intreccio produce". In questo modo indica una strada, quella della gender history, tracciata dalle storiche anglosassoni e destinata ad aprire, anche grazie alla pubblicazione in italiano del saggio della storica americana Joan Scott sull'utilità del concetto di " genere" nel lavoro storiografico, un filone di studi, tuttora ricco di prospettive.
Trenta anni di ricerca storica delle donne, in Italia, hanno prodotto una mole di riflessioni tale che, credo, nessuno possa negarne il rilievo e l'influenza su importanti aspetti metodologici della disciplina. Sicuramente la storia delle donne ha dei debiti culturali con altre tradizioni storiografiche. [...]. E' l'aver posto al centro della sua riflessione i soggetti, l'aver compiuto quell'operazione che Luisa Passerini chiama " restituire soggettività", l'aver considerato non irrilevante ai fini dell'indagine storiografica la loro identità di genere, l'elemento che in questi anni ha maggiormente caratterizzato la ricerca storica delle donne e, insieme, l'aspetto più ricco di potenzialità euristiche. Restituire soggettività vuol dire anche prendere in considerazione quale senso attribuiscono gli attori storici alle loro azioni, alla loro vita, ai loro pensieri, e in questa operazione le fonti di memoria appaiono indispensabili.[...]. La storia delle donne ha dovuto d'altra parte spesso fare i conti con il problema delle fonti: prodotte prevalentemente da uomini, le fonti di tipo tradizionale (documenti d'archivio, leggi, dati quantitativi) rimangono spesso "mute" quando vi si cerca la traccia di presenze femminili, o al massimo, come avviene anche per le fonti iconografiche, ci propongono una "rappresentazione" del femminile, i modi cioè attraverso i quali l'immaginario maschile Rappresentava le donne. Tra le fonti iconografiche che risultano di straordinaria importanza per la storia delle donne (anche se riflettono più che la realtà storica delle donne i modelli femminili che le varie epoche attribuivano loro),[...].












Sindicazione
28.08.08 @ 09:23:06
da francesco80
comprendo lo sfogo di bmu ecc ...
28.08.08 @ 09:15:32
da francesco80
NON HO PAROLEEEEEEEEEEE!!!!!!!!!!!!!!
28.08.08 @ 09:12:15
da francesco80
ciao rosa...io non riesco a capire ...
28.08.08 @ 09:10:06
da francesco80